Toufic Maatouk

Conductor
Bio:
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Repertoire

Composer & WorkRoleProductions
Beethoven
9. Sinfonie in d-Moll op. 125Conductor2
Cherubini
RequiemConductor1
Donizetti
L'elisir d'amoreConductor1
Messa da Requiem in memoria Vincenzo BelliniConductor2
Biography
Toufic Maatouk
Conductor
Full name: Toufic Maatouk
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Il Requiem di Giuseppe Verdi appartiene al novero di quei capisaldi della letteratura dell’umanità che poco ha da essere raccontato la sua sostanza formale. Nessuno che ami la musica o che la frequenti con passione può dire di non averne ascoltate diverse esecuzioni. Se teniamo a mente la sua genesi che parte dal Libera me di precedente composizione ( come noto Verdi lo realizzo quale contributo personale né da scrittura apri umani del Requiem per Rossini) ed arriva ad essere il momento celebrativo di un uomo della parola storica quale fu Alessandro Manzoni, ed altrettanto se consideriamo le iniziali critiche mosse contro la sua natura teatrale più che ascetica, non possiamo che rilevare come la rappresentazione in luoghi monumentali sia un nessuna scelta di sicuro effetto è giusta rifrazione. Ecco perché possiamo dire di aver partecipato di un esecuzione unica, difficilmente ripetibile altrove in quanto ad altissimo tasso di coinvolgimento emotivo. Ciò è quanto si è pienamente realizzato la sera del 26 luglio ultimo scorso a Baalbeck (Libano)presso il tempio di Bacco nell’ambito di un festival più unico che raro. Immaginate di trovarvi dinanzi a paesaggi scossi dagli eventi e sconquassati nelle sicurezze dai conflitti armati, ma che non smettono di essere resiliente grazie alla bellezza estrema della loro invincibile natura e alla cultura di infinita saggezza Figlia della storia... Insomma, immaginate di essere in un non luogo a migliaia di chilometri dall’Italia, abitata dai simboli tangibili della cultura italica che si stagliano grazie ai lasciti architettonici dell’impero romano... Immaginate un tramonto dalla luce che scalda attraverso le vibrazioni del marmo e dei capitelli d’acanto mentre gli strumenti si accordano è il tempio di Bacco si riempie. Forse potrete visualizzare quello che abbiamo vissuto; un varco spazio-temporale. La moltitudine di persone accorse da ogni dove per prendere parte dell’evento ha aumentato significativamente questo parco, facendo percepire ai convenuti quelle che furono le circonstanze normali in tempi lontanissimi. Pura magia! Il progetto del festival di baalbeck è sostenuto dal governo italiano che, fattivamente, entrato nel merito del restauro conservativo delle sei colonne del tempio di Giove che parte del sito e che ha promosso l’esecuzione del Requiem di Verdi tramite l’ambasciata italiana e l’istituto Italiano di cultura. La condivisione culturale è stato il feel rouge della scelta delle compagini e dei solisti impegnati. Difatti, le masse artistiche che erano costituite dall’orchestra da camera della Radio rumena e del coro dell’Università Antonine Che hanno offerto una prova di livello internazionale e una grande trasfusione emotiva. L’orchestra ha dimostrato una coordinazione interna delle sezioni notevole e una capacità di risposta all’imprinting direttoriale molto efficace. Il coro da per suo ha offerto una prova che ha fatto dimenticare ai presenti che ci si trovava in presenza di giovani ancora in formazione, tanta e tale era la compenetrazione musicale ottimamente supportata da una pronuncia impeccabile e da una dizione perfetta, tutte qualità che sono frutto di un evidente lavoro molto ben fatto. Entrambe le compagini devono la loro così felice riuscita nel loro sodalizio alla direzione musicale del maestro Toufic Maatouk che ha mostrato una capacità di concertazione di controllo delle masse invidiabile. La sua sensibilità musicale risultata subito evidente sin dai primi suoni dei violoncelli la cura nella ricerca di un suono specifico e simbolico. Per ogni connotazione è risultata, sin da quei primi istanti da brivido, la cifra distintiva della sua illuminata lettura verdiana. Maatouk segue infatti percorso molto preciso nella conduzione del Requiem, mai banale ed estremamente Interessante rispetto alla gestione dei volumi e all’attenzione riservata ai dettagli timbrici che l’orchestrazione e le indicazione agogiche originali suggeriscono. Ciò che ne risulta è qualcosa di nuovo ed affascinante rispetto alle esecuzioni “standard” che possiamo spesso riscontrare: una lettura del Requiem che è evidente frutto di uno studio attento e meticoloso volto a portare in vita la musica di Verdi senza snaturarla ma riuscendo ad elevarne all’ennesima potenza la prorompente carica energetica. Ci sentiamo di affermare questo concetto è il nostro plauso anche alla luce dell’atmosfera incredibile con coinvolgimento e di condivisione emotiva creatasi tra i partecipanti. Raramente capita di potersi trovare in un luogo magico, con convitati di molte nazioni diverse, con una musica italiana scolpita da un non di italiano e che tutti restino senza fiato. Molte lacrime durante e alla fine, non di gioia ... di gratitudine. E in questa architettura spaziale e musicale di rara pregevolezza Hanno avuto il loro merito senza dubbio i quattro solisti. Maria Agresta ha condotto l’intera esecuzione con rara bellezza, scolpendo ogni accento senza mai venir meno alla necessaria collocazione del proprio ruolo vocale all’interno Dell’equilibrio timbrico richiesto; Molti momenti di altissimo livello che hanno poi portato ad una interpretazione del Libera me da brivido confermando le eccellenti qualità dell’artista che ha pienamente adempiuto alla funzione di resa corporea dell’anima; Daniela Barcellona ha dato prova d’artista in più momenti, conferendo al Liber scriptus una connotazione esatta e con penetrata attraverso un incisività musicale dettagliata è un utilizzo di sfumature nel colore di effetto Pregnante. Giorgio Berruggi regala nell’Ingemisco un esecuzione che arriva dritta alle viscere del pubblico, senza dimenticare di essere in perfetto accordo con le risposte dei fiati e concludendo con decisione e spirito ieratico senza mai cedere, ammirevolmente, a tentazioni da prima donna.Nel Tuba Mirum padroneggia John Relyea Che, in risposta umana alle ottime trombe aggiunte all’orchestra per l’occasione, offre una declamazione profonda ed esplicita Del messaggio che la parte di messa gli affida, convincendo il sentire generale col suo strumento e con l’attenzione interpretativa offerta. Il incessanti applausi che per oltre 15 minuti hanno colmato di ulteriore e altretanta emozione il tempio di Bacco hanno sottolineato in modo giusto e concreto un vero e proprio avvenimento che, personalmente, ascriviamo nelle serate più belle mai vissute e che, in concordia con un necessario bisogno di conoscenza oltre i confini imposti dalle barriere umane, ci spinge a consigliare una visita a questi luoghi immortali (Finché ci sono e ci siamo) Ove si produce musica di eccellenza nel rispetto delle diversità culturali che, vale la pena di questi tempi ricordarlo, sono una risorsa incredibile!
Antonio Cesare Smaldone
L'Opera International Magazine
In Libano il centenario rossiniano è stato ricordato con alcuni concerti durante l’anno e ha trovato un degnissimo coronamento con l’esecuzione dello Stabat Mater, alla quale è stata riservata la sezione dedicata alla musica classica nell’ambito del festival più antico e prestigioso: il Festival di Baalbeck. Nella meravigliosa cornice del Tempio di Bacco (il festival dal 1956 si svolge nell’imponente e ben conservato sito archeologico romano del I-III secolo, dichiarato Patrimonio del’Umanità dall’Unesco) venerdì 27 luglio sono risuonate le note del Pesarese grazie alle voci di Joyce El-Khoury (soprano), Daniela Barcellona (mezzosoprano), Paolo Fanale (tenore) e Krzysztof Bączyk (basso), accompagnati dall’Orchestra da Camera della Radio Rumena diretta dal maestro libanese Toufic Maatouk, con i cori dell’Università Antonina e della Notre Dame University. A conclusione della serata è stato eseguito il “Libera me domine” della Messa da Requiem di Verdi, in origine destinato a onorare il primo anniversario della morte di Rossini. Il concerto è stato anche l’occasione da parte degli organizzatori per un ringraziamento all’Italia (presente l’ambasciatore Massimo Marotti), che in Libano svolge un ruolo come di grande potenza. Ricordiamo la presenza del nostro esercito nella missione Unifil –tornata ora sotto direzione italiana col generale Stefano Del Col – e i progetti milionari della Cooperazione Italiana, tra cui, proprio a Baalbeck, il restauro dell’immenso colonnato del Tempio di Giove. In effetti la collaborazione dell’Istituto Italiano di Cultura di Beirut e dell’Ambasciata d’Italia per diverse iniziative, e in particolare per questo Stabat Mater col Festival di Baalbeck, va ben al di là del semplice patrocinio e si configurerebbe meglio come co-produzione (possibile grazie ai fondi straordinari del progetto “Vivere all’Italiana”, stanziati dal governo Gentiloni per il trienno 2016-2018). La presenza in platea di importanti operatori musicali italiani, lascia inoltre presagire future collaborazioni. Baalbeck si trova nella Bekaa, la valle a 900 metri di altitudine che attraversa il Libano da sud a nord tra i monti della Siria e la dorsale montuosa che la separa dal Mediterraneo. Il clima gradevolissimo ha favorito nei secoli l’insediamento umano, di cui si conservano antiche testimonianze, e l’agricoltura, dove trova posto innanzitutto l’apprezzata produzione di vino di qualità. Se vino, allora cristiani: il Libano è il paese del medio Oriente con la più alta percentuale di cristiani (40%) e questo ha avuto conseguenze evidenti in campo culturale e sociale. Ma Baalbeck spesso assurge agli onori della cronaca internazionale anche per essere la roccaforte di Hezbollah, il partito islamista sciita filo-iraniano, quantomai “di lotta e di governo”. Ci domandavamo allora se proporre qui un testo come quello dello Stabat Mater non fosse un po’ azzardato e come un ambiente di questo tipo potesse conciliarsi con il profilo culturale di un festival internazionale aperto sul mondo. E invece, a quanto pare, si concilia benissimo: «Il Libano è un misto di culture e di comunità – ci dice la Presidente del Festival di Baalbeck Nayla De Freige- e noi ci consideriamo un laboratorio di convivenza per tutto il mondo, anche per l’Europa. Non penso che ci siano altri paesi con una presenza così ugualmente significativa di musulmani, sciiti e sunniti, cristiani di riti diversi, drusi, persone che vivono insieme favorite dal nostro particolare sistema istituzionale. Fondamentale è in questo senso il ruolo della cultura: la cultura incoraggia l'apertura, la ricchezza degli scambi e l'accettazione degli altri. Noi abbiamo molte e differenti culture che devono dialogare insieme, un dialogo che è anche tra cultura orientale e occidentale. Questi elementi si ritrovano nel Festival di Baalbeck, dando spazio a diversi generi musicali e dello spettacolo, che qui cerchiamo di rappresentare ai massimi livelli qualitativi in quanto ci consideriamo come Ambasciatori del Libano». In effetti, scorrendo l’albo d’oro del Festival, almeno per i generi che possiamo conoscere (tralasciando cioè la musica, il teatro e la danza arabe) ritroviamo i più grandi nomi del panorama internazionale della musica classica, jazz, pop, rock, opera, danza, tanto che non è semplice sceglierne alcuni a titolo esemplificativo e ognuno può divertirsi a creare la propria “playing list” scorrendo l’archivio sul sito del festival. Allo stesso tempo, i repertori scelti non sembrano strizzare l’occhio a richiami di tipo commerciale o rincorrere una facile fruibilità (per esempio troviamo anche una Incoronazione di Poppea e musiche di Petrassi). Ma anche qui la crisi economica si fa sentire e i finanziamenti pubblici sono in continua diminuzione (quest’anno –20%), per cui riproporre dei cartelloni analoghi alle produzioni del boom degli anni 1956-74 è sempre più difficile. Il festival inoltre ha dovuto subire le vicissitudini della delicata situazione geopolitica: fermo a causa della guerra civile libanese dal 1975 al 1996 e poi ancora nel 2006, con uno spostamento a Beirut nel 2013 per motivi di sicurezza. La guerra in Siria invece l’ha solo sfiorato: il 27 luglio 2017 il concerto di Ibrahim Maalouf si è tenuto ugualmente mentre a 40 chilometri di distanza l’esercito regolare da una parte e la milizia di Hezbollah dall’altra cacciavano l’Isis dal territorio Libanese. Tuttavia, anche senza i Berliner Philarmoniker (che vennero qui nel 1968, diretti naturalmente da Karajan) e senza avere in previsione l’allestimento di costose opere liriche (ultima la Traviata nel 2009), la qualità artistica è sempre elevata, come si evince dalla compagnia di canto dello Stabat Mater. Il direttore d’orchestra Toufic Maatouk è un monaco di vita attiva dell’Ordine Antonino Maronita. E in effetti Padre Toufic è attivissimo in Libano e all’estero sia come direttore musicale sia come direttore artistico e collaboratore per alcuni festival. Su queste capacità organizzative e artistiche ha fatto leva il comitato del Festival di Baalbeck per la musica classica, che gli ha chiesto di occuparsi della produzione dello Stabat Mater. Maatouk prima si è assicurato il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura e dell’Ambasciata italiana e poi ha individuato gli artisti, grazie ai propri contatti. Il risultato è stato ottimo, con una compagnia di canto di livello internazionale bene amalgamata nelle sezioni concertate (come nei due quartetti, con orchestra e a cappella) e brillante nelle parti soliste, con Paolo Fanale, giustamente conteso dai migliori teatri del mondo e non solo dalle sue fan (pare che sia considerato un sex symbol della lirica), Daniela Barcellona, specialista nel ruolo, che aveva appena affrontato nell’unico paese al mondo che in Libano non si può citare, il soprano canadese di origini libanesi Joyce El-Khoury, che meriterebbe di essere ascoltata anche in Italia e il basso polacco Krzysztof Bączyk, di soli ventotto anni ma con una carriera già ottimamente avviata, che ha un nome difficile da ricordare, ma di cui ricorderemo a lungo l’interpretazione e la voce. Le compagini orchestrali e corali (Orchestra da Camera della Radio Rumena e i cori delle libanesi Università Antonina e Notre Dame University), non erano così rinomati come la compagnia di canto, ma sono comunque di un ottimo livello che permette loro di svolgere un’intensa attività nazionale e internazionale. Unica nota stonata della serata è stata il canto del muezzin, che qua e là veniva a sovrapporsi con l’esecuzione. Ciò dava un bel color locale nei primi dieci secondi, ma poi francamente fastidioso nei tre minuti successivi. Però mi hanno fatto notare che da noi in Italia abbiamo lo stesso problema con le campane. Per il resto tutto bene organizzato e nessuna percezione di insicurezza.
Riccardo Ceriani
Il Giornale della Musica
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